Ingresso della Rocca
Montelifre - Carta della Valdichana di Leonardo
Arco settecentesco
La Rocca
La Colonna
Tiratoio da seta
Torre trecentesca
Muraglia
Dai Quadri
Porta del soccorso
Dal Poggio
Nebbia
Ruderi nel bosco
Porta sud
Montelifre in una tela del '600
La Rocca
Oliveto
Veduta aerea
Rocca e Torre
A ben Rivedervi
Poiana
Pellegrini sulla via Francigena
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Ben trovati!

In queste pagine ripercorreremo molto brevemente la storia di Monteranfredi, castrum cum rocca (castello di Ranfredo, da un suo primitivo possessore franco), comune medievale (Monterifredi) con chiesa curata dedicata a San Biagio, castello conteso tra Siena e Firenze nel rinascimento (Montelifredi) e poi villa padronale (Monte Lifré), perchè questo luogo possa mantenere intatta, per quanto possibile, la sua unicità rispetto all'attuale destinazione, che rischia di minimizzarlo e confonderlo fra i tanti "Agriturismi e Bed&Breakfast" senesi.
Montelifrè è attualmente un piccolo borgo privato, frazione di Montisi, appartiene al Comune di San Giovanni d'Asso. Affacciato sulle crete senesi e sulla Val d'Asso,è posto in una zona collinare piantata ad olivo, da cui domina verso sud est la Fortezza di Montalcino e verso nord il profilo della Torre e del Duomo di Siena; alle spalle ha la catena dei Monti che lo separano dalla Val di Chiana. Distante una cinquantina di chilometri da Siena e da Arezzo, circa venti da Cortona, Pienza, Montepulciano e Montalcino, da Montelifrè è possibile raggiungere in giornata Il Casentino, La Verna, I Camaldoli, Il Lago Trasimeno, Perugia, Assisi, Firenze e Roma.
Vi aspettiamo.
Brevissima Storia di Montelifre

In questa particolare zona del senese, rocche e borghi si sono andati sovrapponendo nel tempo a villaggi villanoviani, centri etruschi e pagi romani, e ancora ne celano le tracce. I più antichi ritrovamenti effettuati nella zona (strumenti di culto e di divinazione), risalgono appunto all'epoca in cui le colline selvose erano abitate dai mitici discendenti dei Lidi, la cui lingua ritroviamo nei toponimi locali (Porrona, Tergomeno, Calatine, Percenna, Trequanda, Tordovana, Elatora, Cetinali) e nell'aspirazione della c (quella di cacio per intenderci), che ha conservato nella parlata del luogo il suono sordo della chi etrusca.
Tombe arcaiche sono segnalate un po' tutt'intorno a Montelifré: a Belsedere, a Porrona, a S. Stefano a Cennano, la necropoli di Poggio Pinci dista solo qualche chilometro e un antico percorso (oggi facente parte dei sentieri turistici del parco delle crete senesi), partendo da Asciano, la collega al borgo per proseguire in quel fitto reticolo di strade facenti capo alla via Etrusca che da Chiusi portava a Roselle, al mare e, verso sud, alle zone etrusche di Sovana, Sorano e Saturnia, a nord di Vetulonia e Populonia.
In epoca romana sorge probabilmente qui, un primo Castrum di difesa, inizialmente una semplice palizzata alla sommità di un colle, che diventerà, nell'Alto Medio Evo, ricovero di viandanti su quella stessa strada attraverso la quale si é andato diffondendo il Cristianesimo da Roma verso il centro e il nord Italia, e che mette in comunicazione gli antichi Baptisteria di Santo Stefano a Cennano (CastelMuzio) e Sant'Andrea in Malcenis (Trequanda), tutt'oggi esistenti e facimente raggiungibili da Montelifrè, così come, proseguendo verso sud, il monastero di Sant'Anna in Camprena e la Pieve di Corsignano (Pienza).

Nel medioevo, MonteRanfredi, dal nome di un possessore franco, si trasforma in un vero e proprio castello, più volte distrutto e ricostruito: sembra che la Rocca sia stata del tutto simile a quella di Montalcino, il cui profilo in distanza le si contrappone. Già feudo dei Cacciaconti di Asciano, nel 1323 Monterifredi è un piccolo Comune rurale, censito nell'Estimo voluto dal Governo dei Nove di Siena, con Chiesa (quella odierna di San Biagio, ricostruita nel 1600), case, poderi, oliviera, fornace, carbonaie, mulini, vigne, oliveti, campi, pascoli, selve, castagneti e massari piccoli proprietari.
Sono proprio questi e l'ultimo erede dei Cacciaconti, Ildebrandino, nel 1328, a vendere la quasi totalità delle case, piazze e terreni situati in questa Curia ("castrum, fortilitium et palacium" compresi), a Spinello, della famiglia dei Tolomei, mercante di Siena. Gli eredi di questo, dopo il fallimento del Banco di famiglia, venderanno a loro volta, nel 1348, dopo la terribile peste nera, tutti i loro possessi di Monterifredi a Betto di Martinozzo, mercante di Montepulciano.
La famiglia Martinozzi con successivi acquisti, accentrerà nel tempo la proprietà dei beni situati, o limitrofi, a Montelifrè, determinando, nel 1400, la fine dell'istituzione Comunale. Montelifrè seguirà le sorti di questa famiglia, filopontificia, legata prima ai Medici e poi ai Lorena, la rocca verrà distrutta dai senesi nel 1527, sulle rovine delle fortificazioni e sulle case superstiti del borgo, saranno ricostruite, in epoche successive, le abitazioni e gli annessi agricoli, un filatoio per l'industria della seta attivo nel '700/800, una fornace di mattoni attiva sino a fine '800.
Il borgo è rimasto fino ad oggi proprietà privata della famiglia: la Chiesa di San Biagio, la Rocca, una torre due/trecentesca inglobata nella villa, riattata nel '700 e abitazione della proprietaria, le case di fattoria, si affacciano a sud verso gli uliveti e i terreni circostantisono, a nord si aprono sul bosco, di chiara impronta romantica, colorato di rosso al tempo dei ciclamini, tartufaia naturale privata dove è possibile scoprire, tra la folta vegetazione di lecci, carpini e ginepri, i vecchi mulini, le gore, il pelago e i ruderi del Castrum smantellato, sepolti sotto il muschio e il pungitopo.
L.G
Emanuele Repetti Montelifre

Descrizione ottocentesca di Montelifré
Emanuele Repetti: Il Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana:
Vol. III, pa. 409
MONTE LEFRÈ, o LIFRÈ, nella Val d’Asso. – Villa signorile presso una rocca smantellata con chiesa che fu parrocchiale (S. Biagio) riunita alla cura di Montisi (SS. Flora e Lucilla), nelle Comunità e circa 3 miglia toscane a scirocco di Trequanda, Giurisdizione e Diocesi di Pienza, già di Arezzo, Compartimento di Siena. Risiede sopra un risalto di poggio calcareo-cavernoso formante uno sprone di quelli che separano dalla Val di Chiana il vallone dell’Asso, la qual fiumana le resta a ponente poco lungi dalla strada che da Trequanda scende a S. Giovanni d’Asso. L’etimologia ed origine di questo luogo montuoso è ignota, quando non fosse ammessa per probabile congettura quella di derivarla da un antico possessore per nome Liutfrido, detto per sincope Lifrè. Nel 1217 era in Monte Lifrè un potestà minore del contado sanese, cioè innanzi che vi sorgesse la rocca triangolare di cui restano in piedi grandiosi avanzi. Presso la stessa rocca esiste la casa e fattoria della nobil casa Martinozzi di Siena derivata da un Martinozzo nativo di Montepulciano che fiorì sul principio del 1300. Per la qual cosa è probabile che dopo la detta epoca i Martinozzi edificassero in Monte Lifrè la villa e la cappella annessa, cui il Pontefice Pio II nel 1463 accordò indulgenze e privilegi.
Cabreo Ottocentesco

Montelifre come si presentava circa a metà ottocento.
Acquarello su carta.
A.S.S., Manoscritto D70, G.A. PECCI, Memorie storiche, politiche, civili e naturali delle città, terra e castella dello Stato Senese, 1758, Monte Lifréé[1], pp. 433-442.
La Arma stessa della famiglia Tolomei si può, con ragione, assegnare a questa Rocca, perché avendola posseduta più tempo, se ne vedono ancora in alcuni luoghi i frammenti. Come s'inalzasse e quanto diversa fosse nella sua forma e struttura questa Rocca avanti fosse fatta demolire dalla Repubblica [2]non è così facile l'immaginarsela e se Giugurta Tommasi, che pigliò di peso la descrizione di Orlando Mariscotti non ce ne avesse lasciata idea, certamente a’ tempi nostri, sarebbero all'oscuro, racconta dunque quest’ autore: "E' quella Rocca in un colle eminente, da occidente difeso da precipitose ripe che traboccano in una profonda valle, il monte è di sasso, che assai si solleva in alto, che tagliato intorno dal fondamento fino alla sommità del piano è cinto da un fortissimo muro, da quello salendo in alto termina in una grossezza di cinque braccia; chiudesi da mezzogiorno con doppia porta, alla prima si va per una via stretta e per una parte sola si può entrare ma volgendo a mano sinistra s'incontrano ripe fonde assai e alcune cappellette colla chiesa di S. Biagio, e coll'abitazione del sacerdote, che alla rocca servono per antemurale. Sopra la seconda porta provveduta da più gagliarda serratura era una fortissima torre di pietre quadrate e nella piazza di sopra, cavata nel tufo è una capacissima cisterna. Nella piazza di sotto sono le stalle, i granai, le stanze per i soldati e la prigione dove erano i ferri, il tormento della fune e l'artiglieria colle sue munizioni. Questa Rocca fu anticamente edificata dalla famiglia Tolomei, come ancora fanno fede l'insegne di loro consorteria poste in quel muro, benché quasi consumate dal tempo. E nella campana che stava nella torre si leggeva scolpito essere stata fatta gittare da Raimondo Tolomei. In una grotta vicina, cavata nel tufo dentro molte braccia, erano tutti gli strumenti da batter moneta, e quivi dopo la rovina della Rocca, co' martelli e cogli stozzi, furono trovate molte monete d'argento tagliate colla forbice ma non stozzate."
Quanto s'è descritto s'aspetta allo stato antico di questa Rocca e sentiamo adesso altra descrizione moderna che ne fa il Cavaliere Fulvio Martinozzi padrone della villa, scrive dunque questo cavaliere:
[3]Fu la villa di Monte Lifrè comprata da' Tolomei e passata ne' Martinozzi fino dall'anno 1348 e come si crede da Betto di Martinozzo, allor quando fu ammesso alla cittadinanza senese il dì 17 d'ottobre 1326 per l'obbligo a cui ciascun nuovo cittadino era tenuto di fabricar casa e comprar beni nel dominio della Repubblica.
Anticamente per quanto si vede dalle vestigie e dalle rovine, fu una dell'antiche rocche solite fabbricarsi da' particolari[4] in que' secoli per difesa della loro vita e per propria sicurezza (sono le parole precise del signor Cavaliere Martinozzi). La di lei struttura era affatto irregolare, la maggior regolarità l'avea dalla parte di levante, come si riconosce dalla muraglia la quale ancora sussiste e che fa coll'altra voltata a settentrione angolo retto, benché dalla parte che volge a mezzogiorno faccia un angolo assai acuto e sporto in fuora ad arte e molto sensibilmente. Dalla parte di mezzogiorno ha due inflessioni e prominenze nell'una delle quali vi è la Porta che si crede essere stata unica e nell'altra vi è formato un piccolo baluardo o sia torretta. Dalla parte di tramontana è formata tutta assai irregolarmente e comparisce in figura quasi circolare. E' situata in uno scoglio, il quale dalle parti di tramontana e ponente finisce in un alto fosso pel quale scorre l'acqua che dalle pioggie cade sopra i monti che le sono attorno e distanti e anco più alti di quella Rocca, onde ha dato luogo a fabbricarvi nel fosso stesso due Molini a quali il borro fa insieme da gora e somministra le acque. Al mezzo il declive dello scoglio, ove sono le vestigie dell'antico fortilizio vi sono fabbricati i casamenti per gli usi necessari della villa e l'abitazione del padrone con altre due case le quali servono per i lavoratori. Nella stessa continuazione di casamento vi è fabbricata la chiesa dedicata a San Biagio vescovo e martire, nella quale esiste una cappella eretta in nome del beato Giovanni Martinozzi dell'ordine dei minori conventuali che morì martire presso il Cairo d'Egitto nell'anno 1345.
Nell'antica porta della fortezza vi erano due arme, le quali sono state trasportate nella porta che conduce alla villa; sono queste di marmo bianco, disuguali e di figura pentagona irregolare, figurando però l'arma nuda la forma di uno scudo, come constumavansi fare le arme intorno al secolo XIII. Non si può rilevare precisamente a qual famiglia appartenessero, vedendosi in mezzo d'esse una semplice traversa o fascia come suole usare la famiglia Tommasi di Siena. Si crede però che tali arme siano state dei Tolomei, poiché nel luogo dove dovrebbero essere le lune appare vi sia stato rasato con ferro tagliente.
Subito entrata la villa si vede drizzata una colonna di mattoni che sostiene una croce di ferro con palme e con iscrizione, nella quale si legge: Jesu Christo crucifixo, cuius triumphi Martirum palmae beatoque Martyri Ioanni Martinozzio.
Per demolire la fortezza si comprende che fusse usata l'artiglieria mentre ne' muri mezzi rovinati vi si vedono dell'aperture le quali da ciò paiono cagionate e nelle rovine si sono trovate palle da cannoni e tra esse una d'un quarto e più di diametro. Il più però del diroccamento sarà seguito dalle mine poiché vi sono muri rovesciati di smisurata grossezza. Quando fu fortezza non avea che pochissime aperture all'esterno conoscendosi ciò dal vedervisi un vestigio solo di finestra da mezzo giorno e potendosi congetturare da alcuni spini che si trovano fatti come quei che si usano all'aria scoverta e da alcuni fondamenti di muro, che vi fosse un cortile spazioso donde si sarà preso il lume per l'abitazione.
I macigni sono tutti di sasso che pende al travertino spugnoso adatto a far tenacissima calcina.
E' situata questa villa in distanza della città di Siena miglia 18, da Montepulciano 9, da Pienza, Torrita, Montefollonico e Asinalonga circa cinque, nel criminale è sottoposta al Capitano di Giustizia di Pienza e nel civile e misto, al Podestà di Trequanda.
Nello spirituale obbedisce al vescovo di Pienza e vi è la chiesa sotto titolo di San Biagio, come si è accennato di sopra, padronato della famiglia Martinozzi, che fu anticamente parrocchia, come si riconosce da cimitero che tuttavia esiste e per una supplica esibita al Vescovo di Pienza da Muzio di Benedetto Martinozzi nel 1600. Diverse ma non antiche iscrizioni si leggono in questa chiesa e primieramente nell'altare del beato Giovanni Martinozzi, eretto con licenza dell'ordinario di Pienza nel 1748: Beatus Joannes Martinozzi Martyr a.d. 1345. In una pietra collocata accosto all'altare del sopranominato Beato Giovanni: Deo Martyrum quod Joannem Martinozzi filium, anno 1345, Egyptus martyrii laurea donaverit, positam aedem domesticae gloriae monumentus exornabat anno domini 1752 eques Fulvius Martinozzius. Nel reliquario di legno della Santa croce: Ecclesiae divi Blasii in Monte Lefrè dono dedit Rector Joannes Dominicus Gragnoli anno 1737.Sopra la porta principale della Chiesa: Haec ecclesia dicata anno Domini orabitur Rectore Jo: Dominico Gragnoli. In una pietra sepolcrale: Ad maiorem Dei gloriam. Venturae Martinozzio, ecclesiae huius rectori et patrono, metropolitanae senensis canonico, sacrae teologiae magistro, iuris publico professori, doctrina vitaeque probitate cospicuo, humanitate animi modestia ac demissione admirabili pietate in deum, liberalitate in suos, charitate in omnes cum paucis comparando, in animarum salute curanda et in vicariato senensi antistiti opera danda saepius occupato dum solatium curis honestum quaerit properata nimis morte praerepto amantissimo patruo suo cui et fortunarum incrementa et virtutum exempla debet, quamplurima Fulvius Eques Martinozzius beneficiorum memor moerens posuit. Vixit annis .lxiv. obiit IV idus octobris anno a reparata salute .mdccxlv.
In sacrestia ancora esiste in pietra l’apposta memoria: D.O.M. Il sacerdote Giovanni Domenico Gragnoli stato Rettore di questa Chiesa per lo spazio di anni 50 e mesi tre, ordinò dopo la morte seguita il 17 settembre 1739, celebrarsi ogni anno in questa chiesa messe 60 in altrettanti giorni festivi di precetto e di più un officio nel giorno anniversario di sua morte o altro più vicino non impedito, con sei messe e la cantata nella Pieve del Monte San Savino sua Patria, ove è sepolto, gravati anche i beni di Giovanni Antonio suo fratello e erede. E mancando la discendenza d'esso fondò un Offiziatura laicale con obbligo che si celebrino altre messe tre la settimana in questa chiesa e la festa di Santa Teresa il dì 19 d'ottobre all'altare di detta santa, nella chiesa di San Giuseppe del Monte suddetto con sei messe e la cantata, tutto per testamento del dì 8 giugno 1736, rogato da Angiolo Ranzuoli notaio fiorentino.
In altra pietra nella medesima sagrestia: Ad maiorem dei gloriam, Hieronimus Vegni, parrochus Monti Ghisii, et huius Ecclesiae Rector cui honori, commodoque consultum volens hoc sacrarius construxit, anno Domini 1747. E nella campana si legge: Anno domini 1581.
Questa villa con dieci poderi forma Comunello, elegge il Camerlengo e questo sodisfà coll'esatto da essi poderi e’ dazii che gli sono imposti.
Il suolo è alquanto sterile a riserva di alcuni tratti di paese e in altri resta sterilissimo, coll'industria però delle coltivazioni e coll'aiuto de’ sughi riceve frutto tanto dagli alberi che dalle semente e la qualità si è buonissima e specialmente ne' vini, olio e pascoli che nutriscono i bestiami e le carni riescono salubri e saporite.
Il nome di Lifrè certamente deriva dalla corruzione di Ranfredo che, con ragione mi persuado essere stato taluno della nobilissima e facoltosa famiglia de' Cacciaconti Signori dell'Ascialenga e di tante altre terre, castella e ville adiacenti a quella provincia e che (...) in uno strumento[5] conservato nell'Archivio dello Spedale in data del mese d'ottobre senza giorno e dell'anno 1213 si legge che Rinaldo, Aldobrandino e Guidone Cacciaconti giurarono difendere e conservare gli uomini della città di Siena negli averi e nelle persone, di non consentire, che la città avesse guerra alcuna, di non farsi pagare da senesi alcun pedaggio o altra gabella e d'osservare tali convenzioni in perpetuo, da essi e dalle Terra e sudditi loro, tra i quali minutamente "ab hominibus Montis Ranfredi". Lo strumento stipulato in Siena è rogato da Guglielmo notaio.Dopo al soprascrtto fatto è da potersi ragionevolmente supporre che ve ne sia talun altro per il quale la Repubblica di Siena si fusse [6]intieramente impadronita di questo luogo perché l'anno 1271 allorchè fu tolta a molte terre e castella la residenza del Podestà, tra esse nominatamente si legge Monte Lifrè non più nominato Monte Ranfredo laonde è da considerarsi che la corruzione del nome sortisse l'effetto dal 1213 al 1271. Nel 1289 avea Monte Lifrè certamente le mura perché si osserva [7]nelle deliberazioni del Consiglio Generale che fu rimesso nel Podestà e nei Signori Nove Governatori della Repubblica di poter far demolire le mura di questa Fortezza per il ricovero che avea prestato e potea dare a Ghibellini e che queste mura fussero diroccate lo suppongo perichè il Tizio scrive che il cardinal Riccardo Petroni prima di morire facesse fabbricare "munitum castellum Montis Lifreii et Palatium insigne S. Joannis ad Assum", dunque se queste mura non fossero state diroccate quel Porporato non era in necessità da farle fabricare. Posseduto dunque Monte Lifrè da quel cardinale è credibile che dopo la di lui morte seguita in Genova nel 1314, passasse ne’ di lui [8]nipoti, ma questi breve tempo lo ritennero perché ne' libri della Lira del 1318 si legge che in quell'anno era posseduto dagli eredi d'Alessandro Tolomei.
Non molto tempo anco i Tolomei ritennero questa Fortezza perché nel 1348 la compravano i Martinozzi come sopra si è scritto.
[9]Negli anni 1371 in occasione di distribuire lo Stato in più Vicariati il General Consiglio adunato il 14 di novembre stabilì che Montisi fusse capo di Vicariato e che da questo dovessero deferire le fortezze di Monte Lifrè e Belsedere. Seguendo dunque i Martinozzi a possedere Monte Lifrè e messer Benedetto di quella famiglia come uno dell'Ordine dei Nove, resosi sospetto a' Popolari per loro sicurezza, comandò il Collegio di Balìa nel 1482 che in quella Rocca si ponesse alla guardia un castellano con due fanti, in [10]obbligo di custodirla per il Comune di Siena e a messer Benedetto non si lasciassero in poter suo se non le chiavi de' granai. [11]I sospetti verso la piena fede del Martinozzi andavano ogni giorno più crescendo e a tal segno che fu dichiarato ribelle, confiscatogli i beni e che Monte Lifrè fusse venduto come infatti seguì, e il compratore all'incanto fu messer Laurenzio Landi. Morto di poi il Martinozzi, il medesimo Maestrato di Balìa decretò gli 11 di marzo 1492, che fussero agli eredi non solamente [12]restituiti i beni e fortezza di Monte Lifrè ma che gli fussero emendati e resarciti tutti i danni che sopra detti beni gli fussero stati cagionati. Si era negli anni 1522 messer Giovanni di messer Benedetto Martinozzi coll'esercito di Renzo da Ceri accostato alle mura di Siena e assieme con altri fuoriusciti, meditava scacciare il cardinal Raffaello [13]Petrucci che dispoticamente vi comandava. Andarono a vuoto i disegni del Martinozzi e allora il Petrucci in vendetta di quell'azione fece deliberare in Balìa privando della propria fortezza di Monte Lifrè che possedeva, donandola al cavaliere Francesco Petrucci di lui seguace e parente. Si provò il cavalier Francesco a entrare in possesso del donativo accordatogli ma il Martinozzi con quelle truppe che si truovava, lo difese coraggiosamente laonde per allora giudicò il donativo perduto, però sicuro di posedere più oltre. Quando si fusse il Martinozzi, dopo ritornato alla Patria, rimesso colla fazione Popolare de' Libertini nel discaricamento da Siena di Fabio Petrucci l'anno 1524 è ben noto per le storie di quei tempi, e io che ne ho parlato a lungo nella parte seconda della mie [14]Storiche Memorie, non starò più oltre a ripeterlo, ma tutto quell'acquisto di gloria che si era procacciato in quel fatto, venne denigrato perché fattosi capo de'Noveschi nella fazzione del 1525, gli convenne cedere e fuggirsi, dichiarato ribelle, alla di lui Fortezza di Monte Lifrè. In questo luogo il Martinozzi, contro la libertà della propria patria, nutriva e tratteneva gran copia di malfattori che nè da preghi degli amici nè dalle lacrime de' parenti, nè da' pubblici mandati potè mai (scrive il Tomasi nella parte III manoscritta) dal perverso proposito suo esser rimosso.
Inperciochè le proscrizioni che Papa Clemente VII gli facea pagare mensualmente molto più operavano de' preghi e dell'ammonizioni. Quella brigata ogni dì trascorrendo alla preda, ora prendeva ricovero in Montepulciano, ora in Foiano, secondo che il luogo onde toglievano que' predatori era loro più commodo e più vicino a una di quelle castella. Non potendo finalmente i Governatori della Repubblica più tollerare l'insolenze de' ricoverati in Monte Lifrè, il dì 7 di luglio 1526 ispedirono, sotto la condotta di Giovanni Mignanelli dichiarato commissario di quell'impresa, mille fanti con due grossi pezzi d'artiglieria, ma perché era gagliardamente difesa dagli assediati e dalla situazione, rimase inesitato ogni assalto e convenne, con poco decoro delle truppe senesi, il ritirarsi, perché già s'intendeva che l'esercito Pontificio, posto in ordine sollecitatamente, marciava alla volta di Siena. Giunse finalmente alle mura di Siena l'esercito nemico, e il Martinozzi con esso condottiere di truppe, ma scacciato e posto in fuga dal valore de' senesi che gli uscirono addosso il dì 25 di luglio, convenne anco messer Giovanni, il partirsene con vergognosa fuga. Divenuti i Senesi vittoriosi, poco dipoi, sotto la condotta di Bartolomeo da Fano, spedirono 600 fanti a Monte Lifrè (che a [15]tenore de' capitoli fermati con Giulio di Messere Benedetto fratello di messer Giovanni Martinozzi, era quella fortezza pervenuta in potestà della Repubblica) e ordinarono diroccarsi in maniera che non si rendesse più atta alla difesa, ei beni di messer Giovanni, parte venduti e parte donati a diversi.
Gli ordini della Balìa non furono per allora eseguiti e Bartolomeo da Fano con quelle truppe più non andò, bene è [16]vero, che comandò a' Commissari d'Asciano che se avessero potuto avere in loro potere Monte Lifrè, lo facessero demolire. Quanto era stato determinato dal Collegio di Balìa nel 1526 ebbe esecuzione nell'anno futuro e allora sì che quella Fortezza rimase spinata fino a' fondamenti, e rigorosamente ordinato che non si potesse più [17]rifabbricare, come infatti è seguito, e giace fin ora un mucchio di sassi che poco dimostra quello che fusse in quei tempi, come nel principio di questa narrativa si è dimostrato. Ritornarono nondimeno i Martinozzi in possesso de' beni, che godono fino al giorno corrente e si contentarono rimaner privati di quella difesa, senza più pensare ad altra fortificazione, attendendo alle coltivazioni e agli ornati della Chiesa e della villa, come può ciascuno vedere, e particolarmente del vivente signore cavaliere Fulvio, che con grosse somme di speso contante ci ha fatto vedere il culto prestato al Beato Giovanni di lui agnato, coll'altare e colle immagini illustrate, con iscrizioni come sopra si è descritto.
[1]Sotto al centro è rappresentato lo stemma della famiglia Tolomei.
[2]in marg. Giugurta Tommasi nella parte III manoscritta della Storia senese. Orlando Mariscotti nel suo trattato intitolato Bellum Iulianum, manoscritto.
[3]in marg. Gabella de’ contratti di detto anno 1348, carte 26, 27, 106 e alle denunzie carte 43,106.
Pietro e Betto e Angiolo, fratelli e figli di Martinozzo, mercanti di Montepulciano il dì 6 giugno 1320 stipulano assieme con altri col Comune di Siena, come a’ Consigli della Campana, carta 23 o 93.
Ammesso Betto alla civiltà il 17 ottobre 1326, come a’ detti Consigli, carta 79.
[4]privati
[5] in marg Strumento stipulato nel mese d’ottobre 1213, nell’Archivio dello Spedale n. 1306 della prima numerazione.
[6] in marg. Deliberazione del Consiglio Generale del 28 dicembre 1271, carta 21.
[7] in marg. Deliberazione che sopra del 10 agosto 1289, carte 13,14.Sigismondo Tizio nella Storia Universale tomo II della mia copia manoscritta, carta 406.
[8] in marg. Libri della Lira conservati in Biccherna.
[9]117marg. Deliberazione del Consiglio generale del 14 novembre 1371, carta 75.
[10]in marg. Deliberazione di Balia del 13 luglio 1482, carta 42.
[11]in marg. Deliberazione sopradetta degl’11 dicembre 1483, carte 16, 22.
[12]in marg. Deliberazione sopradetta degl’11 marzo 1492, carta 81.
[13]in marg. Deliberazione che sopra dell’8 agosto 1522, carta 20, a le Memorie storiche scritte da me, tomo II, carta 91.
[14]PECCI, Memorie Storiche Critiche della Città di Siena, vol. I, II della ristampa anastatica dell’edizione del 1760, Siena, 1988, Cantagalli, pp.91, 159 e seg.
[15]in marg. Delibera di Balia del 2 agosto 1526, carta 290.
[16]in marg. Delibera di Balia del 24 settembre 1526, carta 138.
[17]in marg. Delibera sopra detta del 17 agosto 1527, carta 21.
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